IL GAZZETTINO & MAURO CORONA

INTERVISTA A MAURO CORONA

di MAURIZIO BAIT


All'alpinista, scultore, scrittore e ormai celebre pensatore libero Mauro Corona da Erto, al suo personaggio mediatico, accadono le cose.
I fantasmi di pietra ha superato le centomila copie con laSpoon River assai più vera che fantastica della vecchia Erto. Verso Natale arriveràCani, camosci e cuculi, sempre per Mondadori. Sono racconti di bracconieri e boscaioli, il loro rapporto con la "bestia" a volte assassino e a volte poetico. "Ho scritto un libro dentro le case del paese e adesso, con queste nuove storie che ho appena finito, torno all'aria aperta, negli spazi della montagna".
E arriverà in libreria un seguito diAll'ombra del bastone con la storia di Neve, la ragazza che si sciolse. "Pubblicherò anche la storia completa di quel mio parente, Santo Corona de la Val, che morì sotto un albero come ho raccontato nella prima raccolta,Il volo della martora. Te la ricordi? L'avete pubblicata sul Gazzettino. In realtà aveva fatto fuori il rivale in amore, che gli stava portando via la donna. Lo aveva ammazzato buttandogli un carico di tronchi dietro il carrello della teleferica dove quel disgraziato si era sistemato per scendere a valle. Santo scappò in Carinzia e tentò di rifarsi una vita, ma anche lì ebbe un'enormità di vicende. Fu tradito ancora una volta da una donna e decise di tornare a Erto. Era diventato un cinico trafficante di legnami, arricchitosi sfruttando il bosco. E il bosco lo punì: un faggio fu il suo grande giustiziere".
Corona riempie le sale e le piazze quando presenta i suoi libri o semplicemente quando c'è e dice qualcosa. A Mauro accade di levarsi di buon'ora e scendere alla borgata antica, che guarda in faccia l'incavo glabro del Vajont, per dare il veleno nei punti strategici della vecchia casa paterna. Contro gli scarafaggi.
Corona muove le coscienze assetate di essenzialità e di mitologie silvestri, assumendo quasi la sostanza di un archetipo in canotta e bandana. Mauro si chiude nel suo antro creativo e carica di faggio e di carpino la vecchia stufa Arctic in ghisa, che prende a canticchiare una nenia arcana spandendo profumo e calore fra le torri di legno delle sculture in pino cirmolo e quelle di carta dei suoi molti libri. I volumi si presentano disposti nell'apparente casualità di una babele che sa di caos e invece sono l'estremo ciglione carsico sospeso su un abisso dove le facce, ora serene ora grottesche, di quelle figure immobili non smettono di sibilare l'imperativo rivelatorio: vieni e vedi.
La porta dell'antro si apre ancora presto al mattino?
"Eh sì, la corsetta fino al Passo di Sant'Osvaldo e giù a Cimolais, a comprare il Gazzettino. Qui a Erto non hanno mai venduto giornali".
Ma sono parecchi chilometri, le gambe tengono? Sei nato cinque anni giusti dopo Hiroshima, il 9 agosto del '50...
"Da tanto tempo è la miapasseggiata. E poi non è per contrarietà al progresso e alle automobili, andare a piedi è amore per la riflessione. Robert Walser ne ha scritte di pagine... E anche il tuo Peter Handke (che di anni ne sta per fare 65) non rinuncia mai alla lunga camminata col taccuino. È vero: andare a piedi serve a conservare la fantasia, a favorire le idee. Machado ha detto che camminando si fa il cammino".
Mauro, scappi sempre nel bosco quando arrivano le torme di turisti in cerca di Corona alla domenica? Portano il clamore del mondo che corre...
"La verità è che sempre più spesso sento la volontà dirallentarmi, capisco le ragioni di un treno che va a 500 chilometri l'ora, ma che ci vadano gli altri. Io chiedo più vita. Passiamo l'esistenza a bordo di mezzi meccanici, è innaturale. Posso farne a meno e perciò mi sottraggo".
L'altro giorno hai detto che sei un timido spaccone.
"È come sono veramente, un timido inguaribile che reagisce per autodifesa. Per salvarmi ho dovuto fare anche lo spaccone, perfino l'arrogante, ma non è colpa della gente: è colpa mia".
Perché colpa tua?
"Il pubblico, le persone che incontro, si fermano a questo luogo comune: una visione guascona. Negli ultimi anni ho cercato di confessare la timidezza anche nei libri. Ma l'umanità ti mette sempre alla prova e quando mi dicono che le mie cose non le ho scritte io, allora divento arrogante e rispondo: me li ha scritti Garcia Marquez e io ho scritto le cose sue. Però questa è arroganza".
Il "problema" è che sei diventato da tempo un personaggio pubblico: non è forse questo il prezzo della celebrità?
"La gente vuole sentirsi rispondere come vuole, sennò si offende. Quando metti fuori il naso - lo sa bene il mio omonimo paparazzo - la gente ti considera una sua proprietà. Non ti permette di essere libero: "Io tileggo e quindi tilego". Se mia mamma sta male e devo andare subito da lei, a chi mi ferma per strada spiego che non ho tempo. Sai cosa mi dicono? Che mi sono montato la testa. Non gliene frega niente che mia mamma stia male".
Corona ha il pubblico, ma Mauro ha i figli, tutti serissimi...
"Ormai sono laureati o quasi. Ho un bel rapporto con loro, ho cercato di fare il padre con ironia e senza prendermi troppo sul serio, quasi prendendomi in giro con ferocia. Ho fatto in modo che la figura di questopadre non pesasse sulle loro vite, sui loro rapporti di amicizia. Vorrei dicessero che sono figli di un povero diavolo".
Ma non è così.
"Infatti. Sono orgogliosi di me, ma per fortuna non ne fanno un vanto. Sono orgogliosi di un padre che ha pagato il gasolio a rate per una vita, che li ha fatti studiare senza ricorrere a espedienti o illegalità, ma con le proprie mani anche nel senso materiale del termine. Scultura, scrittura... e nessuna finzione. Voglio invecchiare con questo spirito".
Alla Bit di Milano eri una star. Ti aggiravi per gli stand dispensando battute quando uno ti ha chiesto cosa pensi del burqa e pare che tu, ridendo, abbia risposto che sei favorevole se lo mettono a tua moglie. Scherzi a parte, Francesca è una bella signora, certo un po' difficile come tutte le ertane. Ed è anche impegnata con il lavoro da ragioniera del Comune. Ha tirato su i ragazzi, ai quali il Mauro privato fa spesso da cuoco perché lei fa tardi in municipio. È il Corona guascone a parlare così?
"Ormai sono trent'anni che siamo sposati. E al di là delle battute la sto rivalutando. Francesca ha salvato la famiglia con il silenzio. La sua omertà obbligata - non vedo non sento non parlo - ha impedito alla situazione di esplodere. Sono stato un buon genitore ma non un buon marito, e non parlo delle prestazioni amorose...".
Già, sei uno sposo autocritico di lungo corso. E cosa ne pensi dei Dico?
"I Dico? Ma cos'è 'sta cosa? Quelli che si sposano senza sposarsi anche fra persone dello stesso sesso? Non discuto i diritti, però voglio essere sincero: io mi metto dalla parte dellatradizione. E con le donne. Mi piacciono ancora, non so che farci...".
E ti piace ancora anche il vino, del quale però hai scritto le devastazioni. Hai molti amici sotto terra per questo.
"Non ho scritto per proibizionismo, ma per raccontare la realtà. Il vero problema non è la droga, è l'alcol. Sono vent'anni che lo predico e adesso lo scoprono gli psicologi e i pedagoghi".
Niente divieti ai ragazzi?
"La soluzione non è proibire. Vietare a un giovane di bere è come pretendere che piova. Bisogna educare al bere: io ho bevuto per 57 anni anche copiosamente, senza però mai diventare alcolista e senza passare il limite che non ti permette di tornare a casa. Il vino va gestito, sempre meglio un buon calice di cabernet friulano che una pastiglia di ecstasy. A Verona fanno Vinitaly e ci va tutto il mondo, mica fanno Ecstasitaly?".
La "bulloneria", la voglia di sentirsi forti. E poi si finisce schiavi di una dipendenza dal bicchiere.
"Alcuni sono predisposti alla dipendenza, è vero. Ma esistono tante dipendenze, sotterranee e più terribili come quella dal denaro, e si vede che razza di danni provochi. C'è la dipendenza dal successo, dalla visibilità: se non esistesse, che senso avrebbe che Baudo stia ancora lì al Festival? Non lascia spazio ai giovani perché quei giovani sono già morti di vecchiaia".
E la solitudine?
"Quella è la schiavitù peggiore, la mancanza di affetto. La gente non ha imparato a bastarsi, a godere anche del fatto che non c'è nessuno. Si ha sempre bisogno di una compagnia e quando questa viene a mancare, c'è la disperazione e ci si butta via. Nessuno educa alla sufficienza personale".
Ma molti sono a caccia dell'amore e soffrono per questo. È naturale, no?
"Se poi arriva l'amore, ben venga. Ma se non arriva - e capita che non arrivi - non bisogna sentirsi distrutti. Mai farci troppo affidamento".
Ogni mattina ti alzi e vedi la frana del Toc. Torni a casa la notte e la luna ti sbatte in faccia la frana del Toc. Si convive con la memoria della strage: Corona ha tanto scritto ed è diventato famoso come cantore degli ultimi strappati dall'onda maledetta del '63. Eppure Mauro ama tanto questa terra tragica e cita l'amore per la vecchia Austria cantato da Hofmannsthal...
"Quella frase delLibro degli amici è fra le citazioni che mi sono più care. Si può essere attaccati alla terra, la natura è dentro di noi, non è una cosaesterna. Josef Roth parla di patria interiore, il bosco è questo. Non ho mai visto la Pietà di Michelangelo ma so che esiste e questo mi aiuta a vivere. Non serve dormire nella foresta, bisogna invece fare di tutto per difenderla. Vale per il mare e perfino per i deserti".
Ma da ragazzo andavi con il vecchio Meni, tuo padre. Eravate bracconieri.
"Non m'interessava appiccicare un trofeo sul legno di bosso, l'importante era mangiare la carne meno pregiata e vendere quella migliore. Il filetto andava al medico e al prete, la loro autorità discendeva dalla nostra paura di aver bisogno di loro".
Poi hai smesso. È successo una vita fa, però l'istinto è rimasto intatto.
"Quando la sorte mi ha permesso di entrare nella macelleria di Longarone, ho appeso il fucile per sempre. Anzi l'ho buttato: aveva la matricola limata".
C'è caccia e caccia. Hai conservato molte amicizie fra le "doppiette".
"La differenza fra cacciatore e bracconiere è enorme. Il primo va a caccia per passione e per farsi una bella mangiata; il bracconiere no, non gliene importa molto della preda: deve sfidare la legge e i suoi servitori in divisa. Quando chiesi al vecchio bracconiere ertano Albino Corona dettoBinùt perché mai non volesse farsi la licenza, mi rispose quasi sdegnato: "Ma allora che gusto c'è a cacciare? Io devo aver paura, devo rischiare". Scalava senza corda, voleva rischiare anche in parete. Gli è andata sempre bene, però è stato ammazzato dal vino. Era il pericolo più subdolo, cheBinùt non aveva saputo riconoscere in tempo".
Il cellulare, alla fine, l'hai comprato?
"In casa ce l'hanno tutti, io solo resisto. Ma per poco: se mi spacco una gamba in montagna e ho il telefonino, mi vengono a prendere. Altrimenti resto lì. A un mio amico il cellulare ha sconvolto il Dna dell'istinto: si era rotto una caviglia in quota, ma in quel punto la linea non prendeva. L'istinto lo portava a scendere verso valle, ma il segnale continuava a mancare. Fu costretto a risalire, fra mille difficoltà, verso la forcella. Lì c'era il segnale e fu possibile chiamare i soccorsi. In ogni modo per me non è il telefonino l'invenzione più importante".
Se pensi al computer e alla posta elettronica, sono suoi parenti stretti...
"No, di mail in effetti ne arrivano a centinaia ogni settimana. Ma l'invenzione più grande del Novecento è stata la motosega".
La motosega?
"Sicuro: ti evita un sacco di fatiche, una volta si lavorava tutto con il segaccio. Occhio, però: la motosega in mano ai predatori distrugge il bosco, è il lato maligno di una cosa buona".
Conosci molti politici, ad alcuni sei legato da vecchia amicizia. Hai frequentato salotti televisivi con la stessa agilità di una bevuta al "Gallo Cedrone", giù a Erto vecchio.
"Parecchi politici hanno soltanto l'importanza che si danno. Vengono a chiedere il voto con il cappello in mano, ma una volta al potere diventano supponenti. Dimenticano i piccoli paesi e i piccoli in genere. Tutti parlano di Europa ma l'Europa è anche qui, a Erto. Parte dalle minute periferie dove arriva meno sangue e perciò bisogna scaldare di più, come diceva mio nonno Felice".
Hai guidato una battaglia collettiva contro l'eccessivo passaggio dei Tir carichi di ghiaia su e giù per la Valcellina. Hai ottenuto qualcosa?
"Macché. Ogni giorno menano a valle centinaia di tonnellate di materiale. L'avidità spinge quei mostri su gomme a caricare una strada costruita nel 1901, la nostra vecchia statale che non può sopportare uno sforzo del genere. Occorre una rivolta per farglielo capire? Lo abbiamo detto e scritto tante volte a Pordenone e a Trieste. Mai una risposta. E allora mi tocca dire che certuni sono incapaci e maleducati. Può anche darsi che un politico non abbia idee, magari che non bestemmi e non commetta atti impuri. Però non ha idee. Servono le idee anche per fare la polenta".
L'anno prossimo si vota per la Regione...
"Voterò chi non devasterà la mia valle con i Tir. Previo impegno scritto, ben s'intende. Nel mio piccolissimo, farò propaganda contro chi non ha voluto sentire le ragioni della povera gente delle mie montagne. Josif Brodskij diceva che se scegliessimo i governanti in base alle loro biblioteche e non ai loro programmi di politica estera, forse il mondo funzionerebbe meglio. Senza cultura non si va da nessuna parte".
Erto una volta era confino della Serenissima. Oggi tutti hanno paura della criminalità, sempre più diffusa a Nordest. L'aria è cambiata anche sulla Cellina e sul Vajont?
"Questi nostri paesini erano immuni, ma adesso passano anche delinquenti di grosso calibro per spostarsi o per nascondersi. Non abbiamo ancora timore, però anche noialtri stiamosu con le orecchie. Qui vigono regole antiche, non sempre perfettamente in accordo con la legge degli altri. Mio padre è morto lasciando una santabarbara: mio fratello Richetto e io abbiamo dovuto farci la licenza e adesso siamo armati fino ai denti, senza mai sparare un colpo. Per ora".
(Dal GAZZETTINO del 16 aprile 2007)

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